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Intervista a Enrico Cosimi

Discussione in 'Offerte e News Prodotti Musicali' iniziata da Efrem79, 7 Set 2011.

  1. Efrem79

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    Per la serie: "le grandi interviste di musicadigitale.net", non poteva mancare all'appello Enrico Cosimi. Grazie alla sua professionalità, gentilezza, pazienza, cordialità e simpatia, Enrico è diventato sicuramente un punto di riferimento per quanto riguarda la sintesi sonora, sia in Italia che all'estero. L'approccio al mondo della musica inizia fin da tenerà età e prosegue nel corso degli anni fino a maturare il diploma in pianoforte presso il conservatorio "Francesco Morlacchi di Perugia. Ma questo è solo l'inizio. Sentiamo dalla viva voce del nostro protagonista quali sono gli ulteriori studi, passioni, soddisfazioni, titoli e riconoscimenti che ha ottenuto:

    > - Enrico parlaci un pò di te. Dopo il diploma, quali altri studi hai svolto?

    Dopo il diploma in pianoforte, ho continuato a prendere lezioni di composizione, ma un poco alla volta sono stato costretto a lasciar perdere: passavo tutto il giorno in sala di registrazione lavorando come turnista e non avevo più modo di studiare. Successivamente, attorno al 1984/85, sono riuscito a coniugare diversi viaggi di lavoro in Canada con la frequenza alle lezioni di musica elettronica tenute da Nil Parent presso la Laval University of Quebec. All'epoca, Parent e Guillelmette avevano sviluppato il Pi-Technos, poi AxCel, che volevamo importare in Italia... Dal punto di vista universitario, mi sono laureato in Archeologia (cioè Lettere, cioè Rilievo e analisi tecnica dei monumenti antichi) e poi ho conseguito un Dottorato di ricerca in Topografia antica; per tutti gli anni '90 e 2000 ho lavorato come archeologo.

    > - Come, quando e perché ti sei avvicinato al mondo della sintesi sonora?

    Sono stato molto fortunato: ho iniziato a studiare pianoforte da bambino, attorno agli 11 anni e, per motivi logistici, serviva una tastiera su cui fare esercizio durante le vacanze estive (in quel periodo, "fare le vacanze" lontano da casa era ancora economicamente possibile...) e, dopo un inevitabile passaggio sopra l'Eko Tiger a cinque ottave, sono riuscito a convincere mio padre a comprarmi un sintetizzatore. Il primo è stato un delirante Davolisynth; successivamente cambiato - grosso colpo di fortuna! - per un Minimoog Model D usato (verniciato di nero) che ho ancora adesso. Una volta arrivato a casa, mi sono dovuto arrangiare da solo per capire il funzionamento. Vocabolario d'inglese alla mano, ho decifrato le serigrafie di pannello (trigger = grilletto?) e poi ho continuato ad approfondire l'argomento...

    > - E' giusto definire "sintesi sonora" solo la musica prodotta dai sintetizzatori e macchine varie oppure c'è anche una "filosofia" dietro a tutto ciò?


    Specialmente oggi, ha poco senso limitare l'argomento "sintesi del suono" alle sole macchine hardware: puoi realizzare timbriche valide (quantomeno interessanti...) con una quantità vertiginosa di sistemi; pensa ai microsounds di Curtis Roads - ottenuti per granulazione - o alla micro programmazione di Richard Lainhart - con l'impiego puntiglioso di un solo segnale audio "passato al microscopio"...

    > - Sappiamo che hai avuto il grande onore e piacere di conoscere Bob Moog di persona, parlaci di questa tua esperienza e se , in qualche modo, questo incontro ha influenzato le tue idee per quanto riguarda tutto il "mondo" musicale.

    E' stata una bella cosa: negli anni '80 ero il product specialist dei primi strumenti tecnologici high-end importati in italia (Emulator II, PPG Wave 2.3, Kurzweil K250) e Bob Moog era il consulente per l'interfaccia utente di Kurzweil; in pratica, io lavoravo per lui. Ci siamo incontrati in una storica edizione del S.I.M. di Milano e, inevitabilmente, siamo finiti a parlare di sintetizzatori (cioè, io gli ho dato il cordoglio per giorni e giorni...); è nata una familiarità che è continuata negli anni successivi grazie a comuni amici; nel '91, lui ha costruito il mio Theremin e quando Big Briar (che era il marchio "prima" del ritorno di Moog Music) ha realizzato i Moogerfooger, mi sono inevitabilmente trovato a giocare sul doppio tavolo come cliente privilegiato e (ancora) come product specialist. Alla fine, nel 2009 (Bob era morto quattro anni prima), a me è toccato fare il maestro di cerimonie per il MoogFest che si è tenuto all'Auditorium di Roma.

    > - Da una scala che va da uno a dieci, secondo te, quant'è impegnativo lo studio e l'applicazione per poter ottenere belle soddisfazioni musicali suonando i sintetizzatori?

    Il "metodo" è lo stesso per qualsiasi attività umana: devi conoscere il tuo strumento sia che si tratti di un sintetizzatore per il musicista o dei piedi per un calciatore... preparazione, approfondimento, curiosità non fanno di te un musicista migliore, ma ti rendono un utente consapevole. Da quel punto in poi, una volta raggiunta la consapevolezza espressiva e tecnica, puoi iniziare a scommettere sulle tue idee compositive.

    > -Nel corso degli ultimi anni la tecnologia ha fatto passi da gigante, arrivando a sostituire totalmente a livello audio, moduli sonori hardware, riproponendoli sotto forma di software. E qui che c'è la grande "scissione" fra due "scuole di pensiero" diverse. Quella che vuole mantenere un certo "contatto anche di natura fisica" con lo strumento e il fare musica, e quella che vede sviluppare prodotti digitali sempre più sofisticati ed utilizzabili tramite l'ausilio del personal computer. Dal tuo punto di vista come vedi queste metodologia di pensiero e come pensi che si evolverà la "situazione" ?

    La tecnologia digitale è inarrestabile e, come nel campo della fotografia, travolge ogni problema con un approccio "muscolare": quello che oggi non è ancora soddisfacente a livello digitale, lo diventerà nella prossima stagione commerciale, aumentando il numero di bit, la velocità di campionamento, la RAM disponibile e la velocità dei processori. E' un fenomeno che può non piacere, specialmente ad una certa fascia di utenti, ma che non si può negare. Il discorso dell'interfaccia utente rappresenta un'altra faccia del problema: puoi suonare in punta di mouse o con le dieci dita sull'alfanumerica (o sul vetro dell'iPad), è un tuo diritto e - fatte le logiche differenze - ha lo stesso valore culturale che ha Stefano Bollani di fronte a 88 note avorio/ebano; poi, è naturale che possa servire un tipo d'interfaccia, di controller, configurato o configurabile in base alle esigenze del musicista. Se non hai alcun tipo di tecnica pianistica, 25, 36, 49 o 61 tasti in plastica sono assolutamente inutili; allo stesso modo, se devi solo mixare pattern, quello che ti serve è un fader controller. Sarebbe meglio non farsi abbagliare dall'offerta commerciale e interrogarsi su quello che si vuole fare veramente... Diverso è il discorso hardware/software: un Minimoog virtuale può suonare, in condizioni di laboratorio, ne più ne meno come un Minimoog d'annata; tutto sta a capire se nella pratica quotidiana è possibile/auspicabile poter rispettare le condizioni di laboratorio di cui sopra. Quanti controller dedicati ti servono per afferrare "al volo" il potenziometro giusto? Ha senso andare in giro come un albero di natale (pc, hard disk esterno, scheda audio, mouse, controller...) o è meglio avere tutto integrato in un'unica struttura fisica? E' indispensabile poter contare sulle "comodità tecnologiche" tipo polifonia, memorizzazione dei programmi, configurabilità di struttura, automazione parametrica? Per certe necessità, non c'è via d'uscita: serve il digitale. Oltre al fatto che, ormai, certe macchine sono fisicamente inaffidabili per fragilità, età anagrafica, numero di cicli accensione/spegnimento, obsolescenza e reperibilità dei componenti. Se ci pensi, è la stessa cosa che succede con una Les Paul '59: tutte le volte che la suoni (e stiamo parlando di 500.000 dollari di chitarra elettrica...) scavi il sul manico, lo consumi... lo uccidi. Ti conviene portarla sul palco tutte le sere?

    > - Quali sono i tuoi gusti musicali?

    Ah ah, sarebbe meglio avere una domanda di riserva... Scherzi a parte, da parecchi anni non ho più il tempo libero che vorrei per poter ascoltare tutto quello che mi interessa. Diciamo che, procedendo per macro aree e facendo riferimento alla mia età anagrafica, sono inevitabilmente interessato ai gruppi rock che erano importanti nella mia adolescenza: Floyd, Zeppelin, Who, ELP, Rush. Onestamente, ho sempre avvertito un senso di soffocamento nei confronti della complessità fine a se stessa del ProgRock; dal punto di vista classico, con il diploma alle spalle, è ovvia una certa qual frequentazione del repertorio pianistico tardo barocco, classico, romantico e moderno (anche se, al diploma, ho portato i "Quadri" per un evidente tributo emersoniano...). Ho una compulsione per l'ascolto della musica barocca (il clavicembalo è uno dei miei sogni proibiti... da quasi 20 anni, sotto al letto, c'è uno scatolone con un clavicordo in kit di montaggio interrotto a metà). Sul versante elettronico, ho ascoltato e ascolto di tutto; dal kraut rock alla space music, fino alla glitch dell'altro ieri passando per tutto un secolo di musica elettronica, colta o meno. Mi si dice, da fonti certe, che io compongo "isolazionismo post industriale"... sono contento della cosa, ero convinto di fare naturalmente Drone Music o Ambient estrema, ma - come vedi - non si finisce mai di imparare. :)

    > - Botta e risposta: -Analogico o digitale?

    Tutti e due, dipende dalla necessità di precisione e (specialmente) di ripetibilità dei risultati: analogico è vivo e incontrollabile, digitale è prevedibile (quasi sempre). Vuoi avere una relazione con un umano o giocare con un amico immaginario che ti dice sempre di si?

    >- Cavi o preset ?

    Tutti e due (furbo, eh?). Dal vivo, modificare il patching sul percorso audio può essere MOLTO traumatico; è necessario prevedere le possibili variazioni e spargere come il sale multipli, mixer e amplificatori; non sempre è possibile. L'organizzazione a preset deve essere concepita in maniera "non blindata": deve essere possibile intervenire su un qualsiasi parametro con incremento controllato e controllabile, senza annegare in menu gerarchici o senza impazzire assegnando controller indirizzabili..

    > - Software o hardware ?

    Hardware è immediato, controllabile, scenico, socialmente accettato, oggetto di conversazione e - in certi contesti - garanzia di socialità facilitata (non sto scherzando...); software è controllabilità, economia d'esercizio, estrema mobilità e trasportabilità (prova a portare come bagaglio a mano un sint modulare: con il Nord Modular G2 a 3 ottave, entri in cabina!), diffusione. Non si scappa: servono tutti e due, usati con accortezza e nel giusto contesto.

    > - Quest'anno è uscito il tuo nuovo libro "Manuale di Musica Elettronica". Parlaci un pò di questo tuo lavoro.

    E' un mattone da 1200 pagine nato mettendo in ordine tutto il materiale didattico che, inevitabilmente, ho prodotto e produco per le lezioni di sintesi. Ad un certo punto, la quantità di pagine era tale che l'idea di convertirlo in manualone è stata quasi automatica. Se a questo aggiungi che "Analog & Virtual Analog" era uscito nel 2003... Insomma, ho cercato di stendere un percorso il più possibile logico (o, a scelta, delirante il meno possibile) con cui affrontare il funzionamento della struttura di sintesi analogica o virtual analog; poi ho allargato il discorso ad alcuni linguaggi di programmazione object oriented, che sono meno immediati di un sintetizzatore analogico "tradizionale", ma che ti permettono di verificare fino in fondo il perché succedono certe cose e, di conseguenza, ti fanno venire l'ispirazione su come e quando usare certi suoni all'interno della tua produzione musicale.

    > - Secondo te quanto ha influito (in bene o in male) internet sulla musica?

    Basterebbe da sola YouTube per capire quanto è importante il web per il musicista: l'accesso immediato a (quasi) tutto il repertorio musicale, a prescindere dal genere, è un patrimonio culturale che fa la differenza. Se a questo aggiungi la comodità dei motori di ricerca, ti rendi conto che l'unica cosa necessaria al musicista - oltre a una connessione veloce - è... una qualsiasi forma di curiosità. Ma, se non c'è curiosità, non si combina nulla. :)

    > - Sappiamo che hai contribuito alla sviluppo dei sintetizzatori GRP. Parlaci un pò di questo progetto, come è nato come si è evoluto e quale è stato il tuo ruolo in questo importante lavoro.

    Parecchi anni addietro, sono stato contattato da Paolo Groppioni, la "mente" dietro la sigla Grp, che voleva farmi provare una sua macchina realizzata artigianalmente; all'epoca, era il modello A6, costruito in soli 2 esemplari, tuttora in funzione e proprietà di alcuni collezionisti europei. Dopo quell'incontro, siamo rimasti in contatto e, alla metà del 2008, Paolo mi ha messo al corrente del suo progetto A8. Era (ed è) uno strumento molto ambizioso: sia dal punto di vista fisico, ha dimensioni imponenti, che funzionale, è un sintetizzatore analogico con cui fare parecchie cose di livello assai elevato. Non ho messo bocca nella struttura del canale di voce, che era già configurato nelle sue linee fondamentali (due parti indipendenti, ciascuna dotata di tre oscillatori, due filtri dinamici, un fixed filter bank, un amplificatore, due inviluppi e due lfo), ma sono stato pesantemente coinvolto nel concepimento (prima), nella progettazione e nella verifica (poi) dello step sequencer. Con Paolo Groppioni e Vito La Casa, ci siamo trovati a dover affrontare difficoltà formidabili, specie per tutto quello che riguarda la sezione di sequencer relativo alla gestione degli step, alle iterazioni, agli logiche di selezione e alla "suonabilità" in tempo reale dei parametri operativi. Il Grp A8 è una "belva" concepita per fare musica in stile Anni '70: hai due sintetizzatori praticamente indipendenti, uno step sequencer e un mixer; tutti i parametri sono su pannello, tutte le modulazioni sono interconnesse... fai partire il sequencer, piloti una parte timbrica mentre suoni con l'altra, editi i parametri, alteri il comportamento del sequencer, cambi le assegnazioni, puoi lavorare in fm exp/lin, in am, puoi sincronizzare inviluppi, lfo e sequencer al clock MIDI o al clock TTL, tutto senza interrompere il flusso esecutivo. Ti basta un effetto esterno e la trance da krautrock è assicurata! :-

    > - Ringraziandoti per la tua disponibilità nell'averci concesso questa intervisa, ti congediamo con la classica domanda del giornalista "vissuto" : progetti per il futuro ?

    Mi piacerebbe avere più tempo a disposizione per approfondire gli argomenti che mi stanno a cuore; tra l'altro, dopo anni di "fermo biologico", ho tirato fuori dallo sgabuzzino l'organo Hammond e mi diverte alternare la musica elettronica con il live playing più "sudato". Poi, c'è la community di Audio/Accordo che mi assorbe parecchio. Del resto, dare retta a 30.000 utenti non è uno scherzo...

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    7 Set 2011
    #1
  2. Enrico Polanski

    Enrico Polanski Utente Molto Popolare

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    Molto interessante l'intervista a Cosimi, che dice nè piu nè meno verità nude e crude e pone razionalmente risposte a domande che statenano i soliti fanboy (stile analogico/digitale). Complimenti ancora per l'intervista.
     
    9 Set 2011
    #2
  3. elix england

    elix england Eroe del Forum

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    Ottimo !!
     
    11 Set 2011
    #3
  4. Samper Fidelis

    Samper Fidelis Eroe del Forum

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    grazie, molto interessante
     
    11 Set 2011
    #4
  5. Darklink92

    Darklink92 Utente Attivo

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    Davvero molto interessante, non conoscevo questa figura così interessante..
     
    20 Set 2011
    #5
  6. Efrem79

    Efrem79 Eroe del Forum

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    L'intervista è disponibile anche qui:

     
    5 Apr 2013
    #6
    A Luo e roby_pro piace questo messaggio.
  7. Efrem79

    Efrem79 Eroe del Forum

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    30 Ago 2013
    #7

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